20 Antefatti – Ricordi da Tortuga 1663

Isla Tortuga, novembre 1663
Seduta sul gradino che divideva le due stanzette, la bambina si mise a piangere in modo insistente e nonno Pat grugnì d’insoddisfazione, lanciando un’occhiata di rimprovero alla moglie.
Blanca Ruiz Mackenzie sospirò, mormorando in spagnolo: «Ybasta, deja de llorar![1]», ma la nipotina pareva inconsolabile.
Seduto al tavolo, Sean mangiava del pane, osservando la figlia di cinque anni che sembrava in preda al demonio: «Mamma, secondo te che cos’ha?», chiese con sufficienza.
«No sé… mi niña no llora para nada! Ohi, el gorrión Blanquita, vienen de su abuela…[2]», disse invitando la bambina che, ostinata teneva il broncio. In un angolo, Jane osservava la scena, continuando a lisciarsi i capelli ed evitando di incontrare lo sguardo del marito, ma Sean la trafisse con gli occhi turchesi, sfidandola.
La ragazza alzò le spalle, incurante degli urli della figlia: per lei erano solo i capricci di una mocciosa viziata.
Singhiozzando, la piccola nascose il capo nel grembo della nonna. Tra le lacrime, osservava con astio i famigliari, e per fortuna che zia Dolores si trovava di sotto, dietro il bancone del Grillo Alegre, altrimenti i rimbrotti sarebbero triplicati! Blanquita era esausta, le scoppiava la testa, voleva che smettessero di gridare e per questo si rifiutava di mangiare.
Come sempre la nonna sembrava la sua unica alleata: «Bonita pequeña, botón de rosa…[3]», prese a dirle amorevolmente, carezzandole la testa.
Rabbiosa, la mamma intervenne: «Parlatele in inglese, per l’amor del cielo!  Non siamo iberici!» e Blanca trasalì, ricominciando a strillare.
Il papà si alzò, afferrando la moglie per il braccio: «Chiudi il becco, razza di oca!»
«Smettetela voi due!», tuonò il nonno, prima di esser sopraffatto da un eccesso di tosse.
La nonna Blanca borbottò fra sé, afferrando lo scialle, quindi fece un cenno paziente e materno alla bambina, spiegandole nel suo idioma strano, imparato dal marito irlandese: «Vieni, la tua nonna lo sabe, quel que se necesita per te…»
Dimenticando per un attimo i suoi dolori, Blanquita tirò su con il naso e scese in fretta le scale che conducevano alla taverna, poi seguì l’abuela sotto il sole a picco.
Camminavano affiancate e parevano la stessa persona ma a età diverse. La vecchia, magra come una ragazzina, indossava un vestito di seta scolorito, indice di un’eleganza che non poteva più permettersi. La bambina scalza, portava invece un abitino abbastanza scuro da nascondere le macchie e ricavato da ritagli di stoffa. Per il resto, gli occhi e i riccioli scuri, erano gli stessi.
Il tempo era stato generoso con Blanca Ruiz, e forse avrebbe riservato lo stesso trattamento alla nipotina che si chiamava allo stesso modo.
Quando giunsero alla piazzetta, si avvicinarono alla casa di un’amica della nonna. Blanca aveva il visetto sporco e le lacrime l’avevano rigato, creando striature pallide. Bagnando il pollice con la lingua, la nonna cercò di ripulirla, lisciandole le treccine, mentre si apriva l’uscio: «Chi si rivede, le belle del Grillo Alegre!», le apostrofò Gabriela, facendo scintillare gli occhi color del caffè e invitandole ad entrare.
Furtiva, la nonna varcò la soglia e una volta in casa, raccontò che la nipotina piangeva e si rifiutava di mangiare da un giorno intero, cosa per lei inammissibile.
Gabriela, che ritiratasi dal bordello si era messa a far la santona, interrogò la bimbetta: «E’ vero, Blanquita, che fai i capricci?», e aggrottando le sopracciglia, la piccola scosse il capo, testarda.
«Ves? No es Blanquita!», rimarcò la nonna sedendo, intanto che Gabriela metteva a scaldare l’acqua.
Mentre la bambina giocava con il gatto, le due amiche si occuparono di lei, pestando finemente conchiglie dai poteri miracolosi, mischiandole con succo di limone e strane erbe odorose. Mormorando segrete preghiere, fecero segni sopra la sua testa, intessendo incantesimi, per togliere il malocchio che sicuramente l’aveva colpita.
Alla fine  fecero bere alla malata del succo di melón de arból che conteneva la “medicina” e Blanquita, finalmente paga di attenzioni, trangugiò tutto di un fiato, dichiarando poi di sentirsi benissimo. A conclusione della seduta, la fattucchiera di Tortuga intrecciò amuleti di paglia, che le sue ospiti indossarono con immensa soddisfazione, prima di congedarsi.
Una volta in strada, la bambina prese la mano alla nonna e, svoltando per il Vicolo della Fratellanza, tornarono lentamente alla taverna, cantando.


[1]     «Basta! Smettila di piangere!»

[2]     «Non so. La mia bambina non piange per niente! Ohi, uccellino, Blanquita, vieni dalla nonna…»

[3]     «Bella piccina, bocciolo di rosa…»

foto dal web

10 marzo 2011

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One thought on “20 Antefatti – Ricordi da Tortuga 1663

  1. Altro bel post, equilibrato e accattivante. Anche se sembrano tanti flashback senza apparenti legami tra loro, questo primo lotto di venti puntate si sono dimostrate interessanti e stimolanti.

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