29 Antefatti – Reclusa! 1680

Port Royal, prigione di Fort Charles, dicembre 1680


Foto copyright Amelia Kalbi

Temeva lo scudiscio, Morgan voleva una confessione da lei, ma Blanca non aveva nulla da raccontare. Lei non conosceva la rotta per Isla Perdida, né credeva che l’Ibisco d’Oro e i suoi occupanti avessero fatto vela per il mar dei Sargassi.
La aspettavano a largo di Manteca Bay, aveva promesso di raggiungerli là e Jerry se lo era fatto giurare, prima di scappare oltre la porta nascosta dai gelsomini. In verità lei non aveva mai avuto intenzione di riprendere il mare, credeva di riuscire a imbastire una scusa plausibile con Sir Henry Morgan e il governatore della Giamaica, facendosi passare per vittima e riprendere la sua tranquilla vita da vedova.
Per ora, l’influenza dell’ammiraglio Edwards le aveva evitato le torture, ma non certo la reclusione nelle celle del forte; su quello, anche il governatore Modyford era stato irremovibile.
Due mesi prima, dopo essere stata deportata in carcere, Blanca si era gettata ai suoi piedi, facendo una sceneggiata, giurando che il capitano Hudson era fuggito da solo ma Morgan non si era impietosito e l’aveva fatta arrestare per tradimento e pirateria.
Blanca non sapeva a che punto fossero con la ricerca di Jerry e la sua ciurma, non le avevano permesso di incontrare l’ammiraglio e non si fidava di nessun altro, al forte.
Aveva scambiato il suo abito nero, troppo prezioso e scomodo, con il vestito accollato e semplice di una ragazza che era stata rilasciata e dopo non aveva più parlato.
Ora erano tre giorni che non mangiava e non si muoveva dal suo giaciglio, aveva un bacile, dove vomitare, accanto alla ciotola dell’acqua, quasi che fosse un cane.
L’odore del cibo le sconvolgeva lo stomaco, il sole che filtrava dal finestrino in alto le feriva gli occhi, la visione della cella chiusa la opprimeva. Le guardie non si azzardavano ad abusare di lei, ma era ridotta male, sopravviveva persa nel suo oblio.
La paglia puzzava, non era cambiata da un mese, la vecchia matta con cui divideva la cella, si spidocchiava borbottando in lingua straniera e Blanca, rannicchiata su se stessa come un mucchio di stracci, era sdraiata in terra, spossata dalla nausea e dallo sconforto.
Macilenta, lurida e con i capelli legati sotto un fazzoletto, Blanca si fissava le unghie nere, rotte e sporche più di quando lavorava a bordo.
Non ascoltava le chiacchiere degli altri prigionieri, rinchiusi nelle celle vicine, non mangiava e non parlava, dormiva molte ore e si alzava solo per raggiungere l’angolo in cui si trovava la latrina, poi ricascava nella sua apatia malata.
Quando era sveglia, fissava bramosa la serratura di ferro, e non avrebbe mai immaginato che la mancanza di libertà potesse ridurre una persona alla stregua di un animale!
Fissava la serratura e sognava di poterla aprire, tra i brividi e la paura si vedeva allungare la mano e spingere le sbarre, desiderava uscire anche a costo di venire uccisa, voleva scappare, non riusciva a ragionare e la serratura la chiamava, come l’acqua attrae un naufrago.
Sarebbe stata condannata all’impiccagione, ma quanto sarebbe durato ancora, quel tormento?

 

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