34 Antefatti – Viso di mela, 1681

Isla Hermosa, 9 luglio 1681
Era tutto finito, il dolore, le fitte e le spinte. Era finito e le sembrava incredibile, perché per un istante aveva desiderato morire, aveva chiesto un coltello perché la squarciassero, aveva odiato quell’essere che la dilaniava per venire alla vita.
La levatrice era corsa subito, con le mani sporche di farina, aveva mollato l’impasto per assisterla. La voce aveva fatto il giro del borgo e le donne erano accorse per aiutarla e darle conforto, portando ognuna qualcosa per il nascituro.
All’inizio Blanca era stata contenta di quel trambusto, perché la paura la attanagliava ma poi, nel corso delle ore, si era innervosita, infastidendosi di tutto. Poi non ricordava più nulla se non la sensazione scivolosa fra le gambe e lo svuotarsi di quel peso, il dolore già dimenticato, sostituito dal sollievo che l’aveva fatta abbandonare.
Ora le urla del bambino coprivano le parole delle donne assiepate vicino a lei, in giubilo per il maschietto che era appena nato.
Blanca era sfinita e spossata, desiderava restare sola, non le importava di nulla, che la coprissero e se ne andassero via, ma era obbligata a sorridere, perché ogni madre doveva essere contenta e felice, e guardava quelle donne con una smorfia ebete e addolorata.
La levatrice le fu subito alla sinistra, mostrandole il bambino avvolto in una pezza, pulito alla bell’e meglio. Due occhi neri del tutto simili a olive e una fronte corrugata la fissarono immediatamente, era bruttino e scuro ma quello sguardo dolce le strinse il cuore, incatenandoglielo.
Gli prese la manina destra: «Ciao…», gli sospirò prima di baciargli le dita. Poi lo portarono al catino, per lavarlo, e Blanca ebbe un attimo di oblio, desiderando più che mai la solitudine e il silenzio.
Quando le misero il bambino sul petto, fissò le donne, inorridita, e lo rifiutò perché non lo voleva in quel momento: «Ho paura di farlo cadere!», disse per giustificarsi.
Amanda Barry prese il piccino e si sedette sulla sedia, mentre la levatrice finiva il suo lavoro su di lei, Blanca osservava quella donna coccolare il suo bambino e provava un’immensa tenerezza, per l’amore che Amanda dava al piccolo, che era suo, di Blanca Mackenzie. Quel pensiero la spaventava a morte, così volse il capo chiudendo gli occhi.
La lasciarono sola, Blanca sentiva le viscere muoversi dentro la sua pancia, rumori e umori a lei sconosciuti assestavano gli organi, le dolevano tutte le ossa, aveva bisogno di riposare, dormire e dimenticare.
Quando si svegliò, il suo umore era nettamente migliorato, mangiò con gusto e si lavò con l’aiuto di Fanny. Senza coraggio di chiedere del neonato, ascoltò le parole di Amanda che la elogiò per la forza avuta durante il parto, poi, muta dall’emozione e trattenendo l’entusiasmo, si rimise a letto, fra le lenzuola fresche.
Voleva quel bambino. Si corresse, voleva il suo bambino, ma forse ora riposava, era meglio lasciarlo tranquillo, non voleva disturbare più del dovuto, sentiva le donne in cucina, che parlavano sottovoce.
All’improvviso la ignora Irving, madre di dieci figli ormai grandi, entrò nella stanza portando una cesta dentro la quale stava il piccino addormentato. Blanca guardò la donna, aspettandosi un rimprovero per la mancanza di senso materno, ma quella non disse nulla e appoggiò la culla improvvisata vicino a lei: «Eccovi Sean, signora Mackenzie.»
Blanca allungò la mano, ad accarezzare i piedini del figlio addormentato. L’unico gesto che osasse fare, mentre se lo mangiava con gli occhi.
«Brava, toccatelo. Abituatevi a poco a poco a lui…», le suggerì l’anziana donna con un sorriso incoraggiante, poi prese la brocca vuota e uscì dalla stanza.
Erano soli. Disperatamente soli, lei e Sean.
La morsa nello stomaco si scioglieva lentamente, mentre Blanca ragionava con se stessa, convincendosi che quel neonato era reale, era suo, e non glielo avrebbero portato via com’era successo con la sorellina appena nata. Quel piccolo portava il nome di suo padre, perché era l’unica scelta che aveva avuto senso, quella di assegnargli il nome di Mackenzie.
Forse non era stato un padre perfetto, ma le aveva voluto bene davvero e Blanca aveva capito troppo tardi ciò che lui le aveva detto, tanti anni prima, prima che fuggisse col marito. Non condivideva le sue parole ma finalmente capiva le sue intenzioni. Meglio chiamarlo Mackenzie, questo nuovo bambino, perché non era figlio di Garth e nessuno conosceva la sua esistenza, era il figlio di una donna vedova, non aveva padre. Il padre non l’avrebbe conosciuto mai…
Il bambino aprì gli occhi, uno spiraglio di antracite che le mozzò il fiato, disperdendo i pensieri. Con una delicatezza che non le apparteneva prese quel piccolo corpo fra le mani, lo adagiò sul lettuccio e gli si sdraiò accanto. Sorreggendosi su un braccio passò in rassegna il piccolo figlio, accorgendosi che assomigliava all’uomo che l’aveva generato, aveva le sue forme, la sua ossatura, che s’indovinava già nelle spalle, nei polsi larghi e maschili, per nulla fragili, nel collo tenero, nelle gambette storte. Era suo!
Lei aveva posseduto ricchezze da fare invidia, ma non valevano nulla, rispetto alla meraviglia di Sean, e l’emozione non riuscì a trattenersi.
Mentre accarezzava quel visino da piccola mela, Blanca pianse copiosamente, in silenzio, liberandosi della tensione delle ultime ore, pianse d’amore e di gioia, pianse di colpa e di disperazione.
Per giorni, per settimane, ogni volta che avrebbe guardato il figlio, i suoi occhi si sarebbero riempiti di lacrime, il cuore le avrebbe straziato il petto, con un dolore così intenso che quasi le sarebbe piaciuto.
Blanca queste cose ancora non le sapeva, mentre chiudeva gli occhi vicino al piccino, proteggendolo con il braccio piegato, che neanche il sole potesse ferirlo, e si addormentava di quel sonno lieve di madre, quel sonno che non è sonno che ti fa svegliare a ogni soffio di vento, quel sonno che l’avrebbe accompagnata a lungo e per moltissimi anni.
Non era più sola.

  viso di mela 
mela annurca, foto dal web

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