5 – Fog

(post dedicato alla memoria del Maestro Luciano Fabro)

Era trascorso un mese, era passato il Carnevale e la neve era un ricordo.
Quel giorno di marzo Stefano aveva preparato le tele e l’odore nauseabondo della colla di coniglio gli aveva dato il voltastomaco e, aspettando che la miscela raffreddasse, si era addormentato ascoltando un programma radiofonico. Quando si era svegliato, aveva ricordato che doveva comprare dei pastelli a olio, quelli grossi che trovava solo da Crespi, il negozio di belle Arti, e avviandosi aveva pensato di prendersi anche una focaccia, perchè era dal mattino che non metteva nulla sotto i denti.
Erano le due del pomeriggio e, una volta in via Pontaccio, un sole straordinariamente tiepido aveva fatto capolino fra le nuvole, ricordandogli le spensierate giornate da studente, quando percorreva quelle strade con un’innocente bramosia nel petto, animato da uno scopo che ora non trovava più, quando si sentiva capace di tutto ed era padrone del mondo e del suo futuro.
Incassando il capo aveva proseguito con minor entusiasmo, subendo il fascino del quartiere con dolore. Ci passava spesso da Brera, le vie erano le stesse, come la gente che le frequentava, ma in quel pomeriggio silenzioso in cui era unico testimone di quella prova di primavera, Stefano si sentì rispedire nel passato.
Non era mai il momento per piangersi addosso e rivangare sulle scelte sbagliate, ma Stefano non poteva barricarsi sempre nelle sue stronzate, c’erano momenti che la realtà gli piombava sulle spalle e doveva levare la maschera. Lasciò che il cuore si avviluppasse nella nebbia del rimpianto.
Poteva dire di aver fatto solo uno sbaglio, in vita sua, e da allora non aveva più perso alcuna occasione ma quella mancanza la pagava ancora, e non si sarebbe mai perdonato per aver abbandonato la sua carriera artistica, di aver mancato alla promessa fatta, e solo per codardia.
Aveva mancato di parola a un docente per paura e stupidità, si era voluto salvare dal più esigente dei maestri e si era dannato. Risentiva la sua voce il giorno dell’esame: «Ti do trenta però resti nel mio corso! Hai una bella mano, anche se ci scontriamo, resta!». Scontrati? Era dir poco: per un anno intero si erano beccati come gallinacci! Stefano ricordava di avergli rimproverato di presentarsi a lezione troppo tardi! Che sfrontatezza, pensarci ora! Era un ribelle idiota.
Naturalmente Stefano aveva accettato il voto, l’unica cosa che pensava di ottenere era un calcio nel sedere per liberarsi di lui, invece l’aveva sorpreso con degli apprezzamenti plateali. Era imbarazzante, insperato, una soddisfazione grande, ma avrebbe ripetuto un anno terribile come quello? La vista del docente gli dava i brividi, spesso si era nascosto dietro alle colonne per evitarlo, la sua voce ormai lo agghiacciava e non poteva sopportare ancora. Che diritto aveva di stare così male a causa di un uomo? Lui era un artista suo pari, o lo sarebbe diventato! In fin dei conti il maestro si era messo a fare l’insegnante, aveva voltato le spalle alla causa… Pensava queste cose, uscendo dall’aula sotto il porticato, l’assistente del professore, che conosceva bene Stefano e tutti i ragazzi che passavano dalla classe, lo aveva inseguito: «Mi raccomando Sté, non fuggire!», lo aveva redarguito. Troppo stordito, Stefano aveva annuito, quel riconoscimento era troppo per lui, dopo che a ottobre il grande artista l’aveva cacciato dalla sua classe di Pittura, dicendogli che era un lavativo che se ne andava senza aspettare la lezione e Stefano gli aveva risposto a tono, sulle scale di ferro del soppalco. Erano volati insulti nel silenzio attonito degli altri studenti ma Stefano non aveva temuto, né abbassato lo sguardo. Era tardi per cambiare classe, le iscrizioni erano concluse, né assistente né segretaria avevano potuto aiutarlo, così aveva affrontato nuovamente il Prof ed era rimasto, si erano pizzicati tutto l’anno e poi, a giugno, quel trenta e quel “rimani”.
Tornando al presente, Stefano si bloccò, stupito. Aveva camminato assorto nei suoi pensieri ed ora si trovava davanti all’aula! Il sole se n’era andato, il cielo minacciava tempesta, e la porta di legno aperta a metà lo fece tremare. Anche da fuori si sentiva la voce aspra dell’uomo che temeva e ammirava. L’uomo che in qualche modo aveva deluso, che i suoi amici lo spingevano ad affrontare… ma non ce la faceva.
Allora, se n’era andato dalla sua classe e si era condannato. Aveva trovato riparo in un’altra aula, con un professore mediocre che non aveva mai stimato, smettendo di dipingere per sé, di vivere il “sacro fuoco”, e alla fine aveva bruciato cartelle di disegni, sfondato tele, cancellato tutti i suoi sogni, giurato a se stesso che non avrebbe più pensato all’Arte come una possibilità, perché era un fallito.
Si era messo a dipingere croste per sbarcare il lunario, perdendo amici e contatti, isolandosi nel suo mondo disperato e lascivo, fatto di nudi, bevute e indifferenza. Lo stesso che viveva ora.
La rabbia gli contrasse i muscoli, serrò la mascella e fece dietrofront, senza sfiorare i muri di Brera, senza gettare un’occhiata al Napoleone, senza alzare la testa dal ciottolato lucido. Uscì in strada e tornò a casa.

foto by http://www.panoramio.com


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12 thoughts on “5 – Fog

  1. Diceva Leonardo: “tristo è l’allievo che non supera il maestro….”
    Le prossime “puntate” ci diranno se questa possibilità esiste ancora o no
    Bacissimi!

  2. Stefano ha seguito la via facile e si è impantanato…
    e poi… chi ha superato Leonardo?!!!
    ahahahaha un bacione

  3. L’introspezione è fatta benissimo, come sempre. 😉 Ha una consequenzialità e un rigore che la rendono realistica, un ragionamento tira l’altro e sembrano i nostri ragionamenti. Diciamo che è la parte che ti riesce sempre bene, ed è anche quella più coinvolgente. 😉
    Perdere quel maestro è stato un errore che Stefano dovrà pagare a lungo.
    Ci sono errori che durano giorni, errori che durano mesi (come per esempio perdere una lezione importante che poi impiegherai mesi per recuperare), errori che durano decenni. Ognuno paga i propri sbagli.
    E’ un bellissimo racconto.
    Attenderò gli sviluppi.
    Ciao!

  4. Grazie.
    Ognuno ha un rimpianto e lo paga portandoselo appresso, ma ad un certo punto bisogna saper dire basta, demonizzarlo e poi farsene una ragione, o almeno accettarlo per quello che è: un incidente di percorso. La giovinezza serve a questo. Ci vuole forza per superare i limiti autoimposti e lasciare indietro le carcasse…

  5. L’ho letto all’inizio velocemente poi con calma ragionata, perché quel coacervo di pensieri di Stefano mi hanno fatto riflettere. Il personaggio non mi pare che sia uno di quelli che si piangono addosso, accetta le sconfitte anche più cocenti ma non si piega. E’ consapevole dei suoi limiti personali e caratteriali, ne prende atto e si comporta di conseguenza.
    Ha scelto la via più facile? Si fa presto a dire ma non è detto. L’Arte con l’a maiuscola richiede convinzioni e ispirazioni. Quando mancano o sono latenti, è meglio seguire altre strade. Stefano, secondo me, ha fatto la scelta giusta se non credeva più nel sacro fuoco dell’Arte.
    Bello, bello. Aspetto la prossima puntata.
    Un grande abbraccio

  6. ti ringrazio moltissimo per l’analisi accurata! Stefano era un ragazzetto, quando ha sentito su di sè le attenzioni del professore, da giovani si fanno scelte assolutamente idiote! Bisognerebbe potre riavvolgere il nastro, qualche volta….
    vedremo che combinerà 🙂

  7. Magnifica immagine e bellissimo epilogo..
    Si (ri)trova a (ri)pensare alle sensazioni dei tempi della scuola
    in uno stato d’animo privo di maschera che racchiude un passato
    che lo mette in discussione…

    Michelle

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