6 – Fog

«Niente da fare!», aveva concluso Giulia.
Era la terza volta che Stefano la invitava a casa sua con la scusa di quel compenso arretrato. Procrastinava il pagamento perché sperava di convincerla a continuare a posare per lui: un notaio varesino gli aveva commissionato una Venere con le fattezze della modella, che aveva ammirato in alcuni acquarelli e durante un vernissage. Stefano aveva le mani legate e nemmeno una foto da copiare, se lei non posava avrebbe dovuto rinunciare al progetto e non sopportava l’idea di affrontare l’ira di Gabriella. Quel notaio era un amico facoltoso della sua amante ufficiale e Stefano sapeva che, accontentando il mecenate, avrebbe continuato a esporre e guadagnare.
«Sei solamente offesa perché due mesi fa sono andato via senza avvisare! Sei esagerata Giulia, ti ho dato tutto il tempo, hai anche posato per quello scultore, ma avevi un impegno con me!», protestò lui. Il fatto che la ragazza avesse accettato di andare a casa sua, a quell’ora di sera, era il segno che non era indifferente come fingeva da settimane, quindi Stefano si era permesso di alzare la voce, esasperato: «Avevo da fare, cazzo!»
Per tutta risposta lei si voltò e percorse il corridoio.
Stefano l’aveva inseguita e facendola voltare l’aveva spinta contro il muro: «Non andartene!», le disse, e la collana di pietre colorate si ruppe. Le perle finte si sparsero rimbalzando e rotolando in un ticchettio risonante sul marmo del pavimento, enfatizzato dal silenzio della casa. Era mezzanotte, non si udiva più il brusio del televisore dei vicini, nemmeno le auto in strada facevano rumore, perché pioveva e frusciavano sull’asfalto.  Restarono muti, sotto la luce giallastra delle lampade polverose del corridoio. L’attimo che seguì fu irreale, l’aspettativa si fece grave e pesante, mentre si affrontavano con lo sguardo.
Giulia aveva occhi color del bosco, luminosi sulla carnagione olivastra ma in pieno contrasto con i capelli schiariti. Stefano non era mai stato attratto dal corpo ambrato di quella gazzella allampanata, ma adorava ritrarla sulla carta da spolvero, ombreggiare le sue spigolosità con la tinta caffè, in contrasto con l’ocra chiaro dei capelli e i lampi di ombra degli occhi allungati. Adorava l’imperfezione dei suoi denti, i canini si accavallavano sugli incisivi laterali e rendevano ferino il suo sorriso.
Le toccò le labbra, sentendo la pressione di quei denti, mentre lei tratteneva il respiro con il capo all’indietro, in attesa. L’erezione che d’improvviso lo aveva colto si fece quasi dolorosa, così Stefano non stette più a pensare e prendendole la nuca fra le mani, aveva i capelli stopposi, bruciati dalle decolorazioni, le ficcò la lingua in bocca, le riempì il palato, immobilizzandola.
Un bacio che era una violenza, almeno così gli ripeteva Luna, perché per Stefano baciare una donna era come possederla e a conferma di ciò, di lì a un attimo Giulia allentò la pressione delle mani sul suo petto, abbassò le braccia e la borsa di cuoio le scivolò dalle spalle, cadendo a terra in un tonfo e facendo rotolare altre perline, mentre i loro sessi s’incontravano attraverso strati di stoffa.
Spingendola con il bacino contro il muro, Stefano si scostò col busto per sfilarle la pelliccia e il voluminoso maglione, e si abbarbicò ai piccoli seni scuri come la sua bocca. Armeggiò con la cintura che le stringeva la vita mentre lei affondava le dita nei suoi riccioli, inarcando la schiena. Le strappò pantaloni e mutandine dalle caviglie, i mocassini erano già volati di lato, e le passò le mani sul sesso e sul corpo nudo, come imprimendo le sue impronte, possedendola poi con gli occhi e con la lingua, velocemente e senza soffermarsi, lasciando un’umida traccia di sé. La ragazza era abbandonata contro la parete, quasi oscena con gli occhi rovesciati e la bocca socchiusa e Stefano sogghignò: Giulia non aspettava altro!
Con la mano aprì i jeans, mentre lei gli sfilava la maglietta bianca. Lui la sollevò per le piccole natiche mentre la penetrava con forza. Quella strillò, platealmente, e Stefano la zittì con la mano, mentre le leccava il collo sinuoso e la pelle tenera dietro le orecchie. Diede due o tre affondi, giusto per mettere in chiaro le cose, e lei prese a muoversi seguendo il suo ritmo. Le gambe gli avvolgevano i fianchi, le braccia lo stringevano al collo, lei piegava la testa cercandogli la bocca e lui la accontentava senza parlare.
Sbattendo contro le porte e avanzando con cautela, a causa dei pantaloni slacciati scesi sulle cosce, Stefano la trasportò fino al divano, dove la adagiò senza troppe cerimonie, uscendo da lei brutalmente.
Sorreggendosi al bracciolo si tolse i jeans, mentre Giulia si abbandonava sui cuscini invitandolo con un sorriso timido e vinto: sarebbe rimasta, eccome, a posare per lui!


World’s translator

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15 thoughts on “6 – Fog

  1. Delizioso il tocco ironico finale – in perfetto stile Blanca, devo dire – che riporta non solo alla realtà ma anche alla trama del racconto. Grande! 😉
    Baci

  2. Molto forte ma altrettanto delicata è la scena dell’amplesso, descritta in maniera magistrale, Movimenti, pensieri, suoni si miscelano e si fondono in un’unica armonia quella dei corpi che si cercano.
    Rimango colpito dal vigore mai forzato con il quale ci mostri, si perché con l’immaginazione si segue tutta la scena, come Stefano e Giulia si cercano. L’uno per assolvere a una commissione, l’altra perché è attratta dal ragazzo.
    Complimenti. Aspetto la numero sette.
    Un abbraccio

  3. Grazie! Detto da te vale il doppio, perchè mi perdo spesso nelle tue parole e quindi il tuo giudizio per me è molto importante! Non a caso sei una delle prime che ho seguito su wordpress! 😀

  4. all’inizio mi ero un po’ allarmato, per via di quei due canini, ma poi tutto è rientrato
    però ci si potrebbe sempre tirar fuori qualcosa più avanti

  5. mioddio ahahhahahaahah:D è assurdo.

    BLANCA che dirti? Mi compiaccio di questa tua VERSATILITA’, solo i *veri* Artisti lo sono senza scadere nell’ovvio o in inutili forzature … non mi và di spatanfiare la recensione, i giudizi tecnici non ci servono, posso solo dirti questo: TU ARRIVI. Tutto il resto è noia.

    Sto leggendo a sprazzi per mancanza di tempo, ma renderò giustizia dovuta a queste tue parole… un grande Abbraccio!

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