Quello che lei sognava – 13^ e ultima parte

Infine il giovedì era arrivato e, dopo aver salutato i genitori venuti a darle l’ultimo conforto, Martha era salita sul carro senza strepiti, ripetendosi che stava per cambiare il corso della sua vita e che Noah, che tramite Sarah le aveva mandato un bigliettino amoroso, la attendeva.
Lungo il tragitto non distolse gli occhi dalle proprie ginocchia, pregando incessantemente come aveva fatto dalla notte dell’incubo, incurante della folla a piedi che s’infittiva, man mano che si avvicinavano alla catapulta, ma una volta al fiume Martha non resistette e alzò lo sguardo verso l’albero dov’era stata impiccata Ellsbeth.
Era un grande e largo pioppo, le foglie adombravano il terreno circostante che ora era tappezzato dai covoni che Noah aveva posto sotto di esso, come materasso a protezione della sua caduta.
Nello scorgerlo, Martha sorrise e lui si fermò, immobile e rassicurante come una grande roccia. Appena fu abbastanza vicina, il ragazzo la incoraggiò con gli occhi e lei ci tuffò lo sguardo, cercando conferme, ma quando il carro non si fermò e continuò lungo il sentiero, qualcosa si ruppe nel cuore di Martha.
A fianco del carro Sarah alzò una protesta e Noah, dopo un attimo di stupore, prese a correre presso di loro, sgomitando la folla mormorante. Martha si volse a cercarlo con gli occhi, perdendo la freddezza, poi i cavalli scartarono, dirigendosi verso l’ansa grande del fiume.
Sotto un baldacchino improvvisato erano già presenti i personaggi illustri della Comunità e il reverendo Carver accolse tutti annunciando che un messaggero celeste gli era apparso in sogno, suggerendogli una nuova e più inconfutabile prova.
Da terra Sarah allungò il braccio verso Martha, stringendole le dita gelide, mentre William Carver spiegava ai presenti: “Se la strega è gettata nell’acqua, essa si libererà della sua forma umana e come creatura marina guizzerà nella corrente, respirando come un pesce. Orbene voi sapete che un essere umano non può sopravvivere a tal modo, ma se la natura di questa peccatrice è diabolica, allora non avremo sbagliato! Assicuratele una corda intorno al busto, così che potremo recuperarla per la giusta impiccagione, così da liberarci dal male. Gettatela nel fiume!”
Sarah prese a strillare mentre Martha, trascinata giù dal carro e legata, si avvicinava alla sponda. In quegli istanti la ragazza intravide il volto esangue di sua madre, il delirio pazzo del padre, la cognata svenire e udì le grida dei fratelli, trattenuti a forza dai presenti. Cercò Noah, divincolandosi, e lo vide fermo qualche passo indietro, con le mani nei capelli e lo sguardo atterrito e impotente. Martha cercò di trasmettergli il suo addio ma il mondo si capovolse.
L’impatto con l’acqua gelida le mozzò il respiro, paralizzandole le braccia, gli abiti si avvolsero alle sue gambe come alghe insidiose, poi Martha reagì: sapeva nuotare e, anche se ciò significava andare incontro alla forca, il suo spirito di sopravvivenza la obbligò a muovere braccia e gambe come aveva imparato a fare da bambina, in quello stesso fiume, per sfuggire alla corrente.
Ma c’erano i sacchetti di sabbia, legati sotto i suoi abiti.
S’impregnarono d’acqua triplicando il loro peso, trasformandosi in mortale zavorra, trascinandola inesorabilmente verso il fondale limaccioso. Chiuse occhi e bocca, s’immerse, puntò con le scarpe sulle poche rocce d’appiglio, si aggrappò alle erbe acquatiche, poi i polmoni presero a contrarsi dolorosamente e la disperazione la vinse. Martha si dibatté, spruzzi di schiuma attorno a lei e sul suo capo un cielo azzurro e sereno, che la chiamava.
Poi il buio.

Martha 13

Dalla sponda la gente si sorprese della velocità con cui il fiume inghiottì la ragazza e infine si placò. Si fece un silenzio terribile.
“Non torna più su!”, azzardò un ragazzino, esperto pescatore, poi i minuti si protrassero nel mutismo generale, intervallato da singhiozzi sommessi. Infine gli uomini sulla riva si guardarono e presero a tirare la cima. Fu difficoltoso recuperare il corpo, sembrava molto più pesante ora, un macigno, ma quando riemerse dall’acqua, Martha sembrava un pallido angelo.
Dopo l’urlo della madre tutti presero a parlare, capovolgendo la situazione, e presero a proclamare che Martha era innocente e pura.
Sarah Carver osservava la scena e William, stravolto, si avvicinò e lei si accorse che aveva le labbra livide come se fosse annegato lui stesso. L’uomo disperato le si rivolse in cerca di aiuto, come quando era piccino, ma lei gli restituì uno sguardo colmo d’odio. Il pastore boccheggiò, con le lacrime agli occhi, e la donna fece una smorfia: “Smettila, stupido! Vai a fare il tuo dovere da prete, adesso, e prega per la tua anima!”
Lui tirò su col naso, per un istante sembrò che se lo sarebbe pulito nella manica, poi desistette e si giustificò: “Ho avuto una visione mistica.”
Sarah bestemmiò, allontanandosi da lui, e si diresse da Noah, ancora immobile a pochi passi dal carro. La donna lo scosse: “Ragazzo, ascoltami. Devi andartene da qui e subito!”. La guardò con aria assente, mentre gli rifilava in mano un piccolo fagotto: “Questo è il denaro che c’era in casa e dell’argento. Noah, vattene da qua!”
Le lacrime scivolarono lungo le guance di Noah: “L’abbiamo uccisa.”
“Non dirlo, pazzo che sei!”, lo sgridò Sarah distogliendo lo sguardo e lo spinse in là, sollecitandolo a muoversi.
Il ragazzo si riscosse: “Vieni anche tu!”, le propose.
Sarah fece una risata malevola e roca: “Il tuo destino è altrove ma io devo restare qui. Devo occuparmi di Martha un ultima volta e assicurarmi che nessuno scopra i sacchi di sabbia, infangando col dubbio la sua memoria, dicendo che è stato tutto un trucco da strega.”
Noah fece un passo verso la foresta, poi tentennò.
Sarah gli mostrò il coltello della verdura: “Se non te ne vai, ti buco!”
Lui le prese la nuca e le baciò velocemente la guancia sfregiata e poi la bocca: “Uno per te e uno per la mia Martha.”, disse piano prima di correre alla radura dove aveva nascosto il cavallo.
Sarah asciugò le proprie lacrime e si volse verso il fiume: composta e solenne Martha era avvolta dall’abbraccio dei parenti, William salmodiava per l’anima innocente che aveva raggiunto il regno dei cieli, la gente piangeva mormorando e il sole accecava, nella sua danza sull’acqua.
Sopra la scena, due occhi fissavano Sarah.
La donna sbatté le palpebre e riconobbe Joshua che le sorrise dolcemente e con labbra mute formulò la sua condanna: “La prossima sarai tu.”

Fine

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6 thoughts on “Quello che lei sognava – 13^ e ultima parte

  1. Finale veramente a sorpresa. Pensavo che Martha ce la facesse ma quel demone di Joshua ha vinto ancora.
    Veramente mozzafiato è questo finale. Angosciante ma vivo e pulsante in ogni sua parola.

  2. Per fortuna mi è venuto il sospetto che ci fosse un post da te… perchè sulla pagina “lettore” non era apparso. Così son passata a sbirciare ed ho trovato questo sconvolgente ultimo capitolo. Nessun lieto fine, anzi, un doppio finale a sorpresa. Mi spiace che sia terminato, soprattutto che sia terminato così, ma devo dire che questa 13° parte – forse non a caso finisce col capitolo 13 – è veramente un “gran finale”.
    Aspettiamo nuovi lavori!!
    Un abbraccio

  3. Davvero un bellissimo finale, per quanto terribile Di sicuro inaspettato. Penso che il valore della tua storia, oltre che nella scrittura di alto livello, sia anche nel non detto, nel lasciato in sospeso, in quello che è appena accennato e che dilata il racconto e lo fa emergere come da un acqua scura. Complimenti!

  4. Sinceramente ho sperato fino all’ultimo, anche contro i più che evidenti precedenti stiorici. Chi lo sa che la fantasia riuscisse a sconfiggere la triste realtà. Però é andata come era nella logica delle cose.
    Di fronte all’imbarbarimento dell’uomo fanatico ed integralista, ben poco può fare l’amore. Seppuire grande ed incondizionato. Agisce meglio la pietà, la compassione nell’attesa di più propizi momenti e chissà che non ne arrivino in futuro … Anche tra i Padri Pellegrini.

    Comunque hai dimostrato ancora una volta la tua bravura.

  5. Ciao 🙂

    Ci ho messo un po’, ma avevo bisogno di restare in ascolto.
    Questo racconto, scritto con mirabile maestria, mi ha detto tantissime cose e confido che rileggendolo me ne dirà tante altre.

    Io lo trovo attualissimo.
    Anche se al giorno d’oggi non indossiamo cuffiette per nascondere le fluenti chiome, o corsetti sotto abiti extra-large che costringano al loro interno le forme “per non indurre al peccato”, non siamo forse vittime della stessa ipocrisia?

    Ragazze stuprate e accusate “di essersela cercata” a causa di un abbigliamento ritenuto sconveniente. (E non parliamo di quella famosa sentenza per cui “se indossi il jeans NON è stupro”. Era il non lontano 1999, non il XVI secolo. Giusto per citare un esempio tra i tanti casi che disgraziatamente hanno continuato a ripetersi.
    http://www.repubblica.it/online/fatti/jeans/jeans/jeans.html)

    E ancora, donne soldato stuprate dai colleghi negli angoli bui di una caserma e poi messe a tacere. I classici “mobbing” subiti nei luoghi di lavoro e non, nella così detta “società” di oggi, in cui la donna sotto sotto è sempre e comunque considerata “un essere inferiore”.

    E che dire poi di quegli uomini che infieriscono (fisicamente, psicologicamente) sulle proprie donne? (Chissà quanti casi di violenza domestica rimasti nell’ombra, oltre a quelli conosciuti.)
    Le donne DEVONO essere un gradino sotto agli uomini (per certi uomini o presunti tali) altrimenti questi sentono svilita la propria virilità (insomma gli diventa improvvisamente “piccolo”. Il cervello.)

    Forse per questo che oggi l’omosessualità è dilagante? Per “colpa” di un Essere donna volitiva, forte, consapevole delle proprie risorse, non più sottomessa, determinata, che ha dimostrato, pur conservando il proprio ruolo di femmina e madre, di poter benissimo ricoprire ruoli che un tempo erano destinati esclusivamente agli uomini? Come ad esempio essere considerata un essere umano avente diritti e non solo doveri.

    Alle bimbe il dolceforno, elettrodomestici e bambolotti giocattolo; ai maschietti le macchinine, il pallone e il mantello di Superman. È con questo “imprinting” che sono cresciute quelle della mia generazione, come per dire “Tu Cita, lui Tarzan”. Che fosse ben chiaro fin dal principio cosa eravamo chiamate a fare. A scanso d’equivoci!
    Avvilente.
    E bada, il mio non vuol essere un discorso femminista, affatto. Lungi da me generalizzare, sarebbe anche questo un grave peccato di ignoranza.

    Certo, nella nostra realtà noi siamo libere. (Trascurando il fatto che al mondo esistono svariate realtà oltre alla nostra). Noi non siamo messe nella condizione di dover subire quello che ha subito Martha, sì, ma fin quando non siamo chiamate a giudizio.
    Quando c’è da formulare una sentenza l’onere probatorio ricade sempre sulla vittima. L’uomo è innocente fino a prova contraria (mi riferisco a certi delitti accaduti in tempi recenti). È una vergogna. E cara grazia che ci è concessa “la prova contraria”!
    Del resto, questo è il cancro che affligge il nostro sistema giudiziario a prescindere dal sesso degli imputati. Ma sto divagando, mi fermo qui altrimenti si finisce in un ginepraio.

    Cara Blanca, hai toccato un argomento assai scottante (e scomodo) che mi tocca sul vivo. Io sono un po’ Martha. Ognuna di noi lo è, per una ragione o per l’altra.
    La sola differenza, oggigiorno, è che l’ipocrisia si cela sotto un apparente e falso liberalismo. Ostentiamo emancipazione, i tempi sono decisamente cambiati, ma purtroppo certi preconcetti no.

    Ho nutrito una serie di emozioni contrastanti, leggendo. Per una parte del racconto mi sono crogiolata come un’adolescente trasognata all’idea (all’illusione in verità) del grande amore tra Joshua e Martha, celebrato dalle loro anime capaci di raggiungersi in sogno per soddisfare l’inconfessabile desiderio dei corpi.

    Pensa che quando è subentrato Noah ho quasi provato fastidio, una punta di disappunto, per questo personaggio che arrivava a guastare come sgradito intruso il bel quadretto di questa storia da favola, e invece…
    …e invece succede l’irreparabile. Succede che non tutto è quel che appare! Figuriamoci le persone. Quando poi ci si mette di mezzo La Magia…

    Ho trovato sensazionale la risoluzione del “doppio finale”, (la chiamo “risoluzione” come fosse l’accordo conclusivo di una splendida sonata) l’ultima frase di Joshua che cade secca come una pugnalata nello sguardo stranito di Sarah. E non da ciò che viene pronunciato dalle sue labbra, ma dal suo ghigno silenzioso.
    Agghiacciante.

    Per gran parte della storia ho persino nutrito il dubbio che fosse davvero lei, Martha, la strega, e alla fine si scopre che l’unica vera “strega” (visti i suoi precedenti, forse sarebbe più corretto dire “strega-to”) è Joshua!

    Riguardo alla “prova di innocenza”, mi chiedo se non sia stato l’amore di Noah, complice della Signora Carver nel tentativo di salvarla, ad uccidere Martha. Mi chiedo cosa sarebbe successo se Martha fosse stata lanciata in acqua libera dalle zavorre che le cingevano la vita. Con tutta probabilità l’epilogo sarebbe stato lo stesso: l’amore l’ha uccisa trascinandola sul fondo al pari di come l’avrebbe uccisa l’ignoranza se fosse risalita in superficie. Non aveva scampo. Non doveva avere scampo.

    Io non considero questo finale nella sua accezione negativa, anzi, credo che Martha sia stata la sola a trovare la salvezza (insieme alla povera Ellsbeth).

    “Per vivere bisogna prima morire”, e lei in un certo senso lo era già, morta. Dopo aver sepolto quella parte di lei umiliata dall’ingiustizia umana, sbranata da una congrega di “santissime” bestie contro la quale nulla si sarebbe potuto fare, (mi ha sconvolta e non poco il senso di impotenza della sua famiglia, come mi ha inorridita il veder gettare fango sulla purezza di una bambina, la piccola Ellsbeth, pur di non ammettere l’evidenza dei fatti) Martha potrà finalmente tornare al mondo così come è: bella, timida e romantica, sotto la sua veste squisitamente spregiudicata. Libera.

    Al di là dell’ignoranza becera e bigotta grazie alla quale Joshua tiene in pugno un’intera comunità, ho considerato peggiore l’atto di “fede” di Padre Carver: usare il nome di Dio per giustificare un omicidio è scandaloso. La bestemmia peggiore. Ma la comunità aveva sentenziato prima di lui, ed è chiaro che se avesse agito diversamente sarebbe rimasto schiacciato anch’egli sotto il peso di una crudele condanna. In questo modo può continuare indisturbato, nella miseria della propria anima, a preservare l’opinione umana voltando le spalle a quella divina. (Il gioco di potere a cui assistiamo da sempre, in pratica. Altro che “uomini di fede”.)

    William (chiamarlo “Padre” un po’ mi urta, a questo punto) offre alla comunità quel che la comunità si aspetta di ricevere da lui. Ecco tutto. Il suo sogno ci aveva già svelato quale fosse la sua principale preoccupazione (un intermezzo, per altro, gradevolissimo e assai comico. Se non fosse stato parte di un contesto dallo sfondo tragico, mi avrebbe fatto pensare ad una esilarante commedia alla Peppone e Don Camillo).

    Insomma ogni volta è un viaggio incredibile, leggerti, sei meglio del Tardis del Doctor Who Blanca!
    😀
    Brava!

    Mai scontata.

    Qui si respira una buona aria, l’aria di chi ha IL Talento e non ha bisogno di urlarlo.
    Mi auguro che il tuo canto arrivi lontano, lontanissimo, fino a toccare il cuore di chi lo merita.

    Tornerò

    (e adesso non dirmi “anche no”… ahahahah ;-D)

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