1- Sogno turchese

Due taccuini pieni di parole invisibili che non ho scritto. Sono gli ultimi rimasti, gli altri quadernetti li ho bruciati circa sette anni fa. Ora che ho racchiuso la mia vita passata in una scatola da scarpe – contenitore che dalla dimensione ospitava degli stivaletti non troppo alti – e l’ho relegata nel ripiano più altro dell’armadio gettando in discarica tutto il resto, posso passare ai taccuini.

Sfoglio le pagine paglierine e lisce, intonse, vuote di tutto quello che avrei voluto dire e mi accorgo stupida e stupita che ho smesso di scrivere. Mi ero illusa di trovarci bozze e pensieri, la raccolta degli ultimi ricordi, le idee da mettere in pratica dopo una lunghissima estate. Non c’è traccia di me e ne rimango allibita: che cosa ho fatto in questo tempo?

Ho letto molto e di tutto, ho incontrato persone, ho ironizzato sulla prosopopea di alcuni e pianto davanti alle ingiustizie, mi sono improvvisata pagliaccio consolatore e mi sono concessa il lusso dell’attesa, ho risposto a telefonate improvvise a a lettere, ho passeggiato molto sotto il sole. Da aprile a settembre ho passato mattinate in riva al mare cercando una via di scampo al rumore di fondo e alle urla inconsolabili di chi ero, ho cercato di far funzionare le cose nonostante il suo disappunto, e alla fine l’ho avuta vinta, mi sono avvicinata al minimalismo e ho colorato tutto di turchese, ma ho riso poco.

La cura all’inizio sembrava buona ma l’effetto è stato blando, e la risposta è nei taccuini che ho finto di non vedere. Non riportano nulla perché non volevo più raccontarmi, forse, perché ho ricercato inutilmente la pace in altri ambiti, ma alla fine il silenzio che mi aggrada lo trovo qui, tornando sui miei passi nell’Altrove, in uno spazio che non esiste ma che mi aspetta. Non so da dove cominciare: se raccontassi quanto sono felice non mi crederebbe nessuno, se mi dichiarassi triste non saprei trovarne ragione, mi sento piuttosto come quelle pagine che ho rimesso a tacere.


 in viaggio

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