2- Essere

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A diciassette anni leggevo Sylvia Plath per non impazzire e denigravo Picasso perché amavo un suo certo rosso che mi faceva male e cercavo il sesso in Prévert poi, naturalmente, m’impossessavo di stralci di Hemingway per sentirmi un vero uomo. Di Ernest ammiravo la schiettezza baldanzosa, il coraggio della parola, il saper far sciogliere il rum in fondo alla gola – e il tutto usando solo le parole.

Volevo essere come lui ma non per compararmi, che vi credete? Desideravo il suo spirito e la sua libertà e ricordo che anche all’Accademia non facevo che scrivere, accantonando matita e colori che erano allora la mia massima espressione.

L’arte era il mio pane ma la scrittura contribuiva a farmi volare. Il momento della giornata in cui ero più vicina alle nuvole era il ritorno a casa: il treno era il mio studio mobile e la Bic nera uno strumento prezioso – anche se avrei voluto farne un’arma – e in ogni stagione il sole tramontava sui miei capelli lunghissimi e i miei pensieri vorticosi e non sentivo freddo o caldo, non esisteva altro che il mio scrivere, perché lo facevo per gioia, per me stessa soltanto. Morta a tutto il resto, in quei momenti.

Volevo essere Hemingway ma per essere lui avrei dovuto raccontarmi in prima persona e ne avevo vergogna e timore, quindi scrivevo fatti che raccontassero altre voci, storie nelle quali celavo quel che sono e un bravo chi lo capiva. Baravo con il mondo e me stessa, creavo paraventi di carta di riso.

Un caro amico mi disse un giorno che facevo l’amore con le parole, ed è l’unico commento che salverei tra mille, l’unica cosa che voglio ritornare a fare.
Voglio innamorarmi del mio spirito questa volta, e non giocherò più a nascondino.

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